LA DIMORA DELLA FELICITA’

80 anni fa, il 10 aprile, moriva lo scrittore, poeta, pittore e filosofo libanese Kahlil Gibran, che tanto si impegnò con la sua opera per congiungere civiltà occidentale e orientale. Tema quanto mai attuale e così, anche per ricordare il cooperante italiano Vittorio (nella foto), caduto a Gaza, in Palestina, trascrivo qui un breve racconto che ho trovato nel libro “Il pianto e il sorriso” che lessi a 15 anni e regalai “a nonno Peppe per i suoi 80 anni” come testimonia la dedica che gli feci.
“Il mio cuore era stanco di me; mi disse addio e cercò rifugio nella Dimora della Felicità. E quando fu giunto in quel tempio, che lo spirito aveva benedetto, rimase stupito, poiché non vi vide nulla di quello che aveva immaginato. Non vide potere o ricchezza: e ancor meno autorità. Non vide nulla oltre al fanciullo della Bellezza, la figlia dell’Amore, sua compagna,e il loro piccolo, la Saggezza.
Allora il mio cuore parlò alla figlia dell’Amore: “Dov’è l’Appagamento, Amore? Avevo sentito dire che divideva con voi questa dimora”. Ed ella rispose: “L’Appagamento se ne è andato a predicare in città, dove regnano la corruzione e la cupidigia; noi qui non abbiamo bisogno di lui. La Felicità non desidera l’Appagamento, poiché la Felicità non è un desiderio iscritto nell’Unione. L’Appagamento è  un giocattolo nelle mani dell’Oblio. L’anima immortale non è mai paga, poiché sempre desidera la perfezione e la perfezione è l’Infinito”.
Poi Gibran prosegue parlando della donna e la descrive “come una luna piena, quando le nubi non la nascondono”, proprio come quella che ieri sera illuminava a giorno la valle che vedo da casa.
Prosegue Gibran: “Allora il mio cuore si avvicinò alla Saggezza, pregandola: “Dimmi la tua parola, che possa portarla al genere umano”. Ed ella rispose: “Di’ che la felicità ha principio nei recessi più sacri dello spirito, e non viene da fuori”.

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